Quando si parla di Yoga, spesso si finisce per parlare quasi esclusivamente di posizioni, flessibilità e tappetini.

È comprensibile: le asana sono la parte più visibile della pratica. Ma lo Yoga non nasce come semplice attività fisica e, nella tradizione, comprende un percorso molto più ampio che coinvolge corpo, respiro, mente, comportamento e dimensione interiore.

Per questo, dietro alcuni dei luoghi comuni più diffusi sullo Yoga, si nasconde una visione piuttosto riduttiva di ciò che questa disciplina può essere.

Proviamo a sfatare alcuni dei più comuni.

“Per fare Yoga bisogna essere flessibili”

È probabilmente il mito più diffuso.

La flessibilità non è un requisito per praticare Yoga: è, eventualmente, una delle capacità che possono modificarsi attraverso la pratica.

Le asana coinvolgono mobilità articolare, forza, equilibrio, coordinazione e controllo neuromuscolare. Ma la qualità di una pratica non si misura dall’ampiezza di un movimento o dalla capacità di assumere una determinata posizione.

Il corpo di ogni persona ha caratteristiche diverse e non tutte possono essere modificate con l’allenamento. La pratica consiste anche nell’imparare a riconoscere questi limiti, senza trasformarli in un ostacolo.

In questo senso, lo Yoga non chiede di avere un corpo particolare per cominciare.

“Lo Yoga è solo ginnastica”

Le asana sono una parte dello Yoga, ma non coincidono con lo Yoga.

Nell’Ashtanga Yoga descritto da Patañjali, per esempio, le asana costituiscono soltanto uno degli otto anga, o “membra”, del percorso: insieme a yama, niyama, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi.

Questo significa che il lavoro sul corpo è inserito all’interno di un percorso più ampio.

Ci sono il rapporto con gli altri e con ciò che ci circonda, attraverso gli yama; il rapporto con se stessi, attraverso i niyama; il lavoro sul respiro con il pranayama; il progressivo raccoglimento dell’attenzione e le pratiche meditative.

Ridurre tutto questo a esercizio fisico significa osservare soltanto una parte del percorso.

“Lo Yoga è solo stretching”

Anche questo deriva dal concentrarsi esclusivamente sull’aspetto fisico.

Alcune asana producono certamente un allungamento muscolare, ma la pratica coinvolge anche forza, equilibrio, propriocezione, coordinazione e controllo del movimento.

E soprattutto coinvolge l’attenzione.

Durante un’asana non stai semplicemente cercando di “allungare un muscolo”: puoi osservare il respiro, le sensazioni corporee, la distribuzione del peso, la tensione e la risposta della mente.

Il movimento diventa quindi anche uno strumento di osservazione.

“Lo Yoga serve a rilassarsi”

Il rilassamento può essere una conseguenza importante della pratica, ma non è l’unico obiettivo dello Yoga.

Una pratica può essere fisicamente impegnativa, richiedere concentrazione e mettere alla prova equilibrio e resistenza. In altri momenti può invece essere lenta, introspettiva o orientata alla meditazione.

Il punto non è semplicemente “staccare la spina”.

Nello Yoga si lavora anche sulla capacità di dirigere e stabilizzare l’attenzione. È qui che entrano in gioco dharana, la concentrazione, e dhyana, la meditazione.

Il rilassamento può arrivare, ma lo Yoga non si esaurisce nel rilassarsi.

“Meditare significa non pensare a niente”

È uno dei fraintendimenti più comuni quando si parla di meditazione.

La mente produce continuamente pensieri, ricordi, immagini, sensazioni e associazioni. Cercare di impedirlo con la forza spesso crea semplicemente un’altra forma di tensione.

Nella tradizione dello Yoga, la meditazione riguarda piuttosto il rapporto con l’attività mentale e la capacità di orientare e stabilizzare l’attenzione.

Patañjali distingue dharana, concentrazione, da dhyana, meditazione: non sono semplicemente sinonimi di “stare seduti con gli occhi chiusi”.

Meditare significa sviluppare progressivamente un diverso modo di stare in relazione con ciò che accade nella mente, senza essere necessariamente trascinati da ogni pensiero.

“Basta respirare profondamente per fare pranayama”

Il respiro è uno degli strumenti più importanti della pratica yogica, ma pranayama non significa semplicemente fare respiri profondi.

Comprende tecniche e modalità differenti di regolazione del respiro, che possono coinvolgere ritmo, durata, rapporto tra inspirazione ed espirazione e, in determinate pratiche, anche sospensioni del respiro.

Il respiro non viene quindi utilizzato soltanto per “prendere più aria”, ma come oggetto di attenzione e come strumento per influenzare lo stato psicofisico.

Anche qui è importante la gradualità: le tecniche respiratorie non sono tutte adatte a chiunque e il loro apprendimento richiede indicazioni adeguate.

“Lo Yoga insegna solo a stare meglio con se stessi”

Lo Yoga non riguarda esclusivamente il rapporto con il proprio corpo o il proprio benessere personale.

Nell’ottuplice percorso di Patañjali, prima ancora delle asana troviamo yama e niyama: principi e pratiche che riguardano il modo in cui ci relazioniamo agli altri, all’ambiente e a noi stessi.

Tra questi troviamo, per esempio, ahimsa, la non-violenza, satya, la sincerità, asteya, il non appropriarsi di ciò che non ci appartiene, ma anche sauca, la cura e la chiarezza, santosha, la capacità di coltivare un atteggiamento di appagamento, e svadhyaya, lo studio e l’osservazione di sé.

Non sono semplicemente “regole morali” da imparare a memoria.

Possono essere considerate strumenti per osservare il proprio comportamento e il modo in cui ci rapportiamo al mondo.

“Lo Yoga è una religione”

Lo Yoga ha radici profonde nella cultura e nella filosofia indiana ed è stato sviluppato all’interno di tradizioni spirituali differenti.

Per questo sarebbe scorretto presentarlo come una pratica priva di qualsiasi dimensione filosofica o spirituale.

Allo stesso tempo, praticare Yoga non significa aderire a una religione.

Lo Yoga comprende approcci diversi e può essere praticato a livelli differenti: attraverso il corpo, il respiro, la concentrazione, la meditazione e lo studio della propria esperienza.

Conoscere la sua origine e la sua evoluzione permette semplicemente di evitare due estremi: trasformarlo in una semplice ginnastica oppure attribuirgli un significato religioso unico e universale.

“Per praticare Yoga bisogna seguire uno stile di vita particolare”

Questo mito nasce probabilmente dalla presenza, nella tradizione yogica, di indicazioni che riguardano il comportamento e il rapporto con se stessi.

Ma un percorso yogico non si riduce a una lista di cose che si possono o non si possono fare.

Gli yama e i niyama, per esempio, possono essere letti come strumenti di osservazione: cosa succede quando reagisco in un certo modo? Quanto sono consapevole delle mie azioni? Qual è il rapporto tra ciò che penso, ciò che dico e ciò che faccio?

La pratica non consiste quindi nel costruire un’immagine perfetta di sé, ma nell’acquisire maggiore consapevolezza.

Anche questo è Yoga.

“Una buona pratica è quella in cui faccio di più”

Fare una posizione più difficile, trattenere più a lungo il respiro o riuscire a meditare per più tempo non significa automaticamente praticare meglio.

Lo Yoga non è una gara di prestazione.

La tradizione parla di un progressivo affinamento dell’attenzione e della consapevolezza. Per questo anche una pratica apparentemente semplice può essere estremamente intensa, se richiede presenza e capacità di osservazione.

Non conta soltanto cosa riesci a fare.

Conta anche come lo fai e cosa accade nella tua mente mentre lo fai.

“Devo essere bravə prima di iniziare”

È forse il paradosso più grande.

Pensare di dover essere già flessibili, rilassati, concentrati o capaci di meditare prima di iniziare significa aspettarsi di possedere già proprio quelle qualità che la pratica può aiutare a sviluppare.

Lo Yoga parte dal punto in cui ti trovi.

Il corpo che hai oggi, il respiro che hai oggi, la mente che hai oggi: sono il materiale della pratica.

Non devi arrivare sul tappetino già trasformato.

Devi semplicemente iniziare a osservare.

“Fare Yoga significa stare sempre bene”

Anche questo è un mito da ridimensionare.

La pratica può favorire rilassamento, consapevolezza corporea e capacità di osservazione, ma non significa essere sempre calmi, positivi o in equilibrio.

Anzi, una pratica consapevole può portare a incontrare anche ciò che normalmente si cerca di evitare: tensione, impazienza, fatica, pensieri ricorrenti, difficoltà a restare fermi.

Lo Yoga non promette di eliminare tutto questo.

Può però insegnare a osservare ciò che accade con maggiore presenza, senza reagire immediatamente a ogni esperienza.

Oltre il tappetino

Forse il più grande falso mito è proprio quello di pensare che lo Yoga finisca quando termina una lezione.

Se si guarda alla sua struttura tradizionale, il percorso comprende corpo, respiro, sensi, concentrazione, meditazione e rapporto con se stessi e con gli altri.

Le asana possono essere un punto di ingresso concreto e accessibile, ma non sono il punto di arrivo.

Lo Yoga può cominciare sul tappetino e continuare nel modo in cui respiri, osservi una reazione, affronti una difficoltà, rivolgi l’attenzione a ciò che stai facendo o scegli come relazionarti agli altri.

Ed è forse proprio qui che smette di essere soltanto una pratica da fare e diventa un modo diverso di abitare la propria esperienza.